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Lunedì 06 Febbraio 2012  -  Ss. Paolo Miki e compagni Ss. Paolo Miki e compagni

Per il Sud

Politica Interna

Il federalismo che non mi convince

In questi giorni si fa un gran parlare dei tagli alla spesa delle regioni da parte del Governo e, chiaramente, l’argomento entra a pieno titolo nel dibattito sul tema del federalismo. Fatta salva l’opportunità dei  tagli, sui quali credo siano tutti d’accordo, rimane viva la discussione su come apportare questi tagli. Bisognerà dunque aspettare i vari incontri previsti tra regioni e governo e tentare di capire con quali logiche decideranno la quantità di soldi a disposizione delle singole regioni, per il 2011 e 2012.
Non è questo il tema della mia discussione ma prendo spunto da esso perché, in questo dibattito, sta prendendo piede una nuova parola che viene usata per definire le regioni: “virtuosa”. Questa parola, in voga già da un po’, in questi giorni viene usata dagli esponenti leghisti con l’intenzione di individuare quelle regioni che (secondo loro) dovrebbero essere meno penalizzate dai tagli previsti dal Governo.
Per chi ha letto l’ultimo saggio di Luca Ricolfi, “il sacco del nord”, appare chiaro che l’intenzione di quest’ultimo è stata quella, alla vigilia delle decisioni in materia federalista, di creare una teoria ufficiale ed introdurre un linguaggio mirato che possano sostenere e difendere le operazioni di redistribuzione dei redditi da parte, e a favore, di coloro che decidono, cioè i Poteri del Nord.
Con tutto il rispetto per l’esimio Professore, i calcoli da cui derivano i 50 mld di euro che andrebbero (indebitamente) da nord a sud, prevedono l’inserimento di troppi parametri studiati ad hoc, atti a dimostrare una tesi che si vuole sostenere da principio e non come risultato finale. A tal proposito trovo interessanti le parole di commento sul libro da parte di Luca Bianchi, Vice Direttore di SVIMEZ, il quale sostiene che con sforzi enormi Ricolfi ha calcolato una cifra che poi non è niente altro che il dualismo tra Nord e Sud. In realtà, a mio avviso, non lo ha fatto a caso. Oltre all’intenzione, come dicevo prima, di sancire una teoria ufficiale sul furto che il Sud starebbe perpetrando ai danni del Nord, che sino ad oggi era stato solo blaterato dagli esponenti della lega, per arrivare a questo risultato Ricolfi passa per parole come “Sacco”, “Spoliazione”, “Parassitismo”, “Spreco”, “Evasione”, “Inefficienza”, etc. In questo modo offre un suggestivo vocabolario che dovrebbe servire a definire le regioni del Sud. Dunque un’operazione con un senso ben specifico, in un momento ben specifico. La parola “virtuosa” è sicuramente tra queste, ovviamente nelle definizioni delle regioni del Nord. Ma cosa c’entra questo con il federalismo?
Il federalismo che ci hanno prospettato (che, se fosse tale, vedrei di buon occhio anche io) dovrebbe mettere fine al dislivello di spesa tra le regioni, dividendo in maniera equa i soldi. Poi starebbe alla bravura ed alla responsabilità delle regioni stesse (dunque degli amministratori) di gestire il denaro che gli spetta nella maniera più efficiente possibile. Non fa una piega. E chi dice di no!
Quale potrebbe essere dunque il parametro per livellare la quantità di denaro che dovrebbe spettare ad ogni regione? A mio avviso quello più logico e concreto è, senza dubbi, il numero di abitanti. Almeno nel rispetto del principio delle pari opportunità di partenza per tutti i singoli cittadini. Quindi ogni regione avrebbe una base di spesa stabilita in relazione al numero di abitanti. Certo, probabilmente, questo potrebbe penalizzare le regioni più piccole, secondo una logica di costi fissi, ma la cosa si potrebbe sistemare con qualche piccolo adeguamento.
A questo punto, in base a questo parametro, andiamo a vedere la situazione attuale, con l’aiuto della tabella sotto riportata:
Questa indica la spesa pubblica divisa per Regioni (B) secondo i dati ISTAT relativi al 2007. Si considera tutta la spesa pubblica, senza togliere alcune voci, come fa (con spiegazioni poco convincenti) Ricolfi. Si considerano inoltre solo le regioni del Nord e le regioni del Sud (non vengono considerate le regioni centrali). La S. P. di ogni regione viene divisa per il numero di abitanti (C) e si ottiene la spesa pubblica procapite per regione (D). La colonna E indica la spesa pubblica pro-capite media (considerando solo le 15 regioni in esame) e si calcola lo scarto (F), cioè la differenza tra questa e quella effettiva delle singole regioni.

Da questa tabella vengono fuori delle cose interessanti. Notiamo intanto che ci sono delle regioni che, in termini di spesa pubblica pro-capite, sono sotto la media (verdi), alcune sopra la media (rosse) ed altre in media (gialle). La prima cosa che salta all’occhio è che, tra quelle rosse, ci sono due regioni che sono abbondantemente sopra la media, che sono la Val D’Aosta e Il Trentino Alto Adige. Come si può notare, mentre le altre rosse sono sopra ma di relativamente poco, la Vda è quasi il doppio e il TAA più del 50%. Qualcuno potrebbe dire che sono regioni a Statuto Speciale. Certo, ma anche la Sicilia è a Statuto Speciale ma non è così fuori come loro due. E pure non ho mai (e dico mai) sentito parlare in TV o sui giornali di queste due regioni, mentre la Sicilia sembra essere il motivo di tutti i disavanzi dello stato Italiano. Come è possibile?
Notiamo poi che al Nord abbiamo 2 regioni verdi e 3 in media, contro 1 verde e 2 in media del Sud. In effetti il saldo è a vantaggio del Nord. Se prendiamo la differenza delle due medie (Nord e Sud), che è 299 euro e la moltiplichiamo per gli abitanti del sud viene fuori una spesa maggiore di circa 5,7 mld. Dunque il Sud dovrebbe restituire al nord 2,8 mld (e non 50 mld come dice Ricolfi). Ovviamente il livellamento dovrebbe essere fatto per regioni e non per Nord e Sud, includendo anche le regioni del centro.
In ogni caso, come detto prima, trovo giustissimo che venga effettuato questo livellamento. Se fossero questi i parametri usati, almeno nella definizione delle risorse a disposizione delle singole regioni, sarebbe solo positivo. Qual è il punto allora? Il punto è che non credo che sarà così semplice. Questi signori, da troppo tempo impegnati in questa battaglia, non si accontenteranno di un livellamento di questo genere ma temo che tanta mobilitazione si faccia per ottenere un bottino molto più grosso. Ed ecco che entrano in gioco tutti i parametri e le parole che sono state insinuate ad arte giorno per giorno nella mente delle persone. Analizziamone qualcuna. Partiamo da quella iniziale: “Virtuosa”. Loro fanno notare che 1 euro di spesa pubblica in Lombardia (per esempio) si trasforma in una quantità e qualità di servizi maggiore rispetto ad 1 euro speso in Campania (sempre per esempio). Dunque viene introdotto il concetto di “spreco” o, viceversa, di “efficienza”. Senza andare a costruire tecnicamente i “tassi di spreco” (come fa Ricolfi nel suo libro) si può ammettere tranquillamente che, in linea di massima, questo è vero. Quello che non capisco è perché questo darebbe diritto ad un cittadino Campano ad avere una quantità di denaro (da parte dello stato) inferiore rispetto ad un cittadino Lombardo. Ed è proprio questo che si afferma inserendo tale parametro nella determinazione delle risorse spettanti alle singole regioni (“meno tagli per le regioni virtuose”). Il maggiore spreco dovrebbe essere elemento di responsabilità da parte delle classi dirigenti delle singole regioni nei confronti dei loro cittadini, non un giustificativo per assottigliare i diritti dei cittadini stessi. È vero che dovrebbero essere i cittadini a decidere, attraverso il voto, i propri amministratori in base alle loro capacità ed effettivi risultati, ma concorderete con me se faccio presente la difficoltà ormai storica in questo senso per le regioni del Sud. Alla fine al Sud come al Nord i cittadini si trovano a votare tra 2 o 3 schieramenti che hanno carattere nazionale. Poi però, non si sa perché, quelli del Sud (o dell’uno o dell’altro schieramento) si rivelano ogni volta inadeguati e meno capaci rispetto ai loro colleghi di partito del Nord. Non può essere una coincidenza e non si può escludere una responsabilità in questo senso da parte dei partiti centrali. Fare gli interessi dei cittadini che si rappresentano dovrebbe essere un “must” sia in Lombardia che in Calabria. E’ evidente che c’è qualcosa di strano, ma questo è un altro argomento.
Altro parametro che da tempo è inserito nel dibattito è quello della “produttività”. In termini numerici, il PIL prodotto dalle diverse regioni. Su questo si apre un capitolo molto serio. Loro affermano che, siccome le regioni del Nord (o almeno alcune regioni) producono molto più PIL rispetto a quelle del Sud, al Nord spetterebbe più ricchezza (cioè più denaro). Dunque anche (e soprattutto) in questo caso si inserisce nello schema di valutazione un parametro tendente a dimostrare che il Nord sarebbe più meritevole di risorse da parte dello Stato. Il principio è semplice (ed apparentemente giusto): io produco di più, dunque pago più tasse, dunque ho diritto ad una quantità maggiore di queste tasse. L’estrema logica di questo principio è: ognuno si tiene quello che produce (o più precisamente, la ricchezza che ne deriva). È facile dimostrare da parte dei settentrionalisti questa tesi (che, ripeto, appare giusta) se la consideriamo nella sua semplicità e, soprattutto, nel contesto storico-culturale che è stato formato ad hoc in tutto il periodo dell’unità d’Italia. Tanto è facile per loro, quanto è difficile per chi (come me) vuole dimostrare l’invalidità di questo principio. Certamente non basterebbe qualche riga per farlo ma, vista la complessità degli argomenti, la loro varietà ed il contesto culturale, ci vorrebbero molte e molte pagine.
In ogni caso, qualche elemento si può introdurre.
Intanto, se si vuole continuare a parlare di una Nazione unita, non si può definire la ricchezza in termini regionali e stabilire la misura dei diritti dei singoli cittadini in funzione dell’appartenenza ad un sub-territorio, ma deve essere fatto in funzione dell’appartenenza alla nazione stessa. Cioè la ricchezza dell’intera nazione dovrebbe spettare, in parti uguali, ad ogni singolo cittadino. È ovvio che, per quanto piccolo possa essere un territorio che delinea una comunità, all’interno di esso ci sarà sempre qualcuno che produce di più e qualcuno di meno. Ma questo non preclude la possibilità di stabilire una divisione egualitaria delle risorse. Anche all’interno della stessa regione potrebbero essere individuate province più e meno produttive; andando avanti, all’interno della stessa provincia comuni più o meno produttivi; poi rioni, quartieri sino ad arrivare al singolo individuo e quindi cancellare il concetto di Stato. È chiaro che va stabilito un confine, più o meno grande, all’interno del quale esiste una società, ed i componenti hanno pari diritti. Pertanto si tratta solo di definire i confini dello stato e della sua economia. Se vogliamo considerare lo Stato italiano, questo deve valere per tutti i cittadini Italiani. Se invece, viceversa, si vogliono considerare le regioni, e quindi creare tanti piccoli stati (cioè tante piccole realtà economiche indipendenti), allora cambia il ragionamento. In questo caso ogni singolo soggetto (cioè la regione) dovrebbe avere piena autonomia nella politica economica e sociale, così da avere la possibilità di fare leggi e delineare le attività di governo in funzione delle proprie esigenze e proprie caratteristiche.
Inoltre (e soprattutto) andrebbe ridefinito il confine delle risorse sfruttate nelle attività produttive. Mi spiego meglio. Se la BMW (azienda tedesca) apre una sua succursale in Italia, è tenuta ad aprire una società (se pur controllata) in Italia e quindi pagare le tasse in Italia. Questo perché essa opera, consuma risorse, sfrutta infrastrutture, occupa spazi e inquina sul territorio Italiano. Trattandosi di un altro stato, è tenuta a fare così. Secondo questa logica, una azienda che estrae il petrolio nella Regione Sicilia e nella Regione Basilicata (maggiori produttrici Italiane di petrolio) non potrebbe più (come succede adesso) avere la sede legale al Nord, con una partita IVA al nord ed incidere sul PIL del Nord, ma dovrebbe in questo caso contribuire al PIL di queste regioni e pagare le tasse in queste regioni. Altrimenti non sarebbe più valido il concetto di ricchezza divisa per territori.
Altro esempio. Quasi la totalità delle Banche Italiane (fatta qualche piccola eccezione) ha sede legale al Nord (o centro Nord), ma attraverso le loro filiali sparse su tutto il territorio, esse acquisiscono risorse da tutte le regioni Italiane (e da tutti gli Italiani). Anche in questo caso, la ricchezza prodotta da una Banca che raccoglie risorse in Campania dovrebbe contribuire allo sviluppo ed al PIL della Campania, pagare le tasse in Campania e garantire una redistribuzione di tali risorse principalmente in Campania. Oggi, invece, quasi tutte le Banche Italiane raccolgono risorse al Sud, attraverso conti correnti e risparmi vari, ma poi reinvestono la maggior parte di queste risorse al Nord (o all’estero). I tassi con cui riprestano i soldi ai cittadini e alle aziende del Sud, spesso, sono più alti rispetto a quelli del Nord (con la scusa delle maggiori sofferenze). Ancora più incisivo questo discorso diventa se consideriamo le assicurazioni che, invece, sono per la loro totalità al Centro-Nord. Ma sappiamo che per legge i cittadini, quindi anche quelli del Sud, sono costretti ad assicurarsi per alcune cose e per altre possono averne esigenza.
Si potrebbe andare avanti così per ore. Consideriamo Autostrade Italiane, Ferrovie Italiane, Autogrill e migliaia di aziende che hanno le loro sedi centrali al Centro Nord o al massimo a Roma. Al Sud praticamente niente.
Il discorso in realtà è più complesso di come l’ho posto io, ma ci serve per capire che, quando si parla di ricchezza di una regione bisogna fare delle valutazioni complete. Non è onesto costruire un federalismo su una base del genere, senza fare queste considerazioni. Non si può essere uniti quando si raccoglie e divisi quando bisogna redistribuire. Cioè non si possono sfruttare le risorse del territorio pugliese tenendo la sede legale in Piemonte, considerandolo territorio nazionale e poi dire che la ricchezza prodotta e del Piemonte e non della nazione.
Un altro elemento meno tecnico ma, a mio avviso, di grande importanza è quello della provenienza dei cittadini che producono la ricchezza. Anche qui tenterò di spiegare velocemente. Partiamo da un dato: Prima dell’unità d’Italia, circa il 50% del PIL prodotto sul territorio Italiano era prodotto al Sud, dai cittadini del Sud.
Quando si parla di Sud e Nord, ricchezza prodotta al Sud e ricchezza prodotta al Nord, tasse, etc., si fa un gioco poco onesto. Da un lato si considera un territorio e dall’altro si fa riferimento ad una popolazione. Se io dico che il Piemonte produce 100 di PIL, faccio riferimento al prodotto fatto su quel territorio, ma è chiaro che non è il territorio in quanto tale a produrlo ma le persone che vi abitano. Dunque indirettamente faccio riferimento ai Piemontesi. Nello stesso modo, se dico che la Calabria produce poco, in realtà mi sto riferendo ai Calabresi. Ma qui bisogna chiarire. Se consideriamo tutti i meridionali che abitano nelle regioni del Nord e che producono, insieme ai cittadini del nord il PIL di quelle regioni, cambiano le cose. Secondo alcuni calcoli (che risparmio in questa sede) alla fine, è vero che al Nord si produce circa 2/3 del PIL nazionale, ma circa il 50% di questo è prodotto (come 150 fa) da Meridionali. La differenza è che 150 anni fa si produceva al Sud, oggi, per motivi che meriterebbero approfondimenti seri, si produce tutto al Nord, con la necessità di spostamenti (questione dell’emigrazione) da Sud a Nord. Per meglio spiegare qusto concetto si può introdurre quello che in economia si chiama PNL (Prodotto Nazionale Lordo), che si differenzia dal PIL (Prodotto Interno Lordo) perché, mentre quest’ultimo si riferisce alla produzione relativa ad un  determinato territorio, fatta da chiunque vi sia all’interno, il PNL si riferisce al prodotto di una popolazione. Ad esempio il PNL dei Giapponesi si riferisce alla produzione di tutti i Giapponesi, ovunque essi siano. Se calcolassimo il PNL dei Meridionali di Italia (magari considerando gli ultimi 100 anni), si otterrebbero dei numeri molto interessanti.
Dunque, anche in questo caso, quando si parla di ricchezza nazionale vanno tenuti in considerazioni alcuni parametri fondamentali. Dire che una parte del Paese, ed alludere alle relative popolazioni, sia meno produttiva e dunque meno meritevole di diritti rispetto ad altri, oltre ad essere razzista è, come abbiamo visto, sbagliato e certamente non è il miglior punto di partenza per inaugurare il federalismo nella nostra Nazione. 
Capisco che questa mia disamina, più che ad una considerazione, somiglia ad un processo alle intenzioni. Ma le intenzioni, la storia ci insegna, si manifestano lentamente, per chi le vuole vedere. Spero di sbagliarmi, ma a me sembra di capire che le intenzioni di alcuni soggetti sia quella, dopo 150 anni, di mettere un altro marchio sulle spalle delle popolazioni del Sud e, questa volta, il Sud non può e non deve permetterlo.
 

Pasquale Farina (Consigliere del Partito "per il SUD")


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