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Archivio Articoli Politica Interna07/07/2010Nord contro SudSi sta ripetendo con gli stessi attori ( Nord contro Sud) e con un testo aggiornato ai tempi, la rappresentazione del vecchio film.” Intervento straordinario per il Mezzogiorno” con un nuovo titolo sicuramente più accattivante: “FEDERALISMO”. di Gennaro Zona Riporto inizialmente quanto scrissi nel 1997 a tale proposito unicamente perché quelle considerazioni mi sembrano valide ancora oggi. “La visione <distorta e pregiudiziale> dell’intervento straordinario a favore del Mezzogiorno, smentita dai dati reali ma ben radicata nell’immaginario collettivo, ha sempre condotto di fatto alla separazione del Paese in due parti. Questa idea ha acquistato nuova forza anche dalla lunga fase di recessione che stiamo attraversando la quale, depauperando le risorse statali disponibili, ha posto il Settentrione, forse per la prima volta dal dopoguerra ad oggi, nella prospettiva di dover fare dei sacrifici. La spinta improvvisa al federalismo, o alla <separazione>, che nasce dall’esigenza di salvaguardare le proprie ricchezze piuttosto che di migliorare l’efficienza complessiva del sistema, dovrebbe indurre le popolazioni meridionali a riflettere su ciò che si nasconde dietro il termine <federalismo>, vessillo della rivoluzione dei ricchi. Il primo quesito a cui il Mezzogiorno dovrebbe chiedere risposta è: quando si parla di federalismo, a nostro avviso in modo volutamente superficiale, si intende parlare di decentramento amministrativo oppure realmente di federalismo, visto che sono soluzioni profondamente differenti? Se per federalismo si intende soltanto una forma di decentramento amministrativo, esso potrebbe trovare sicuramente un vasto consenso, in quanto lo Stato centrale potrebbe finalmente dedicarsi ai grandi problemi nazionali ed operare per una effettiva unificazione del Paese destinando alle amministrazioni locali l’espletamento di molte funzioni. In questo caso le regioni meridionali sarebbero responsabili nel bene e nel male di provvedimenti finora soltanto subiti. Se invece si intende perseguire una organizzazione federale dello Stato, diventa vitale per il Mezzogiorno valutare i rischi e soprattutto i costi della sua attuazione. L’inadeguatezza del dibattito attualmente in corso in Italia lascia molti dubbi sulla capacità di affrontare una riforma così complessa, prevedendone fino in fondo l’impatto politico ed economico. Il federalismo impone delle scelte chiare riguardo l’articolazione dei poteri dello Stato, che tengano conto dell’organizzazione politico-istituzionale vigente, dei rapporti economici territoriali e della maggiorazione dei costi statali che determina. Inutile cercare una risposta in schematizzazioni teoriche, gli studiosi hanno individuato una moltitudine di definizioni diverse di federalismo. Tuttavia i modelli di federalismo si riducono a due tipi fondamentali, contrapposti nello spirito e nelle metodologie istituzionali: un <federalismo cooperativo>, basato sulla cooperaqzione tra amministrazioni locali e centrali e la massimizzazione dei costi ed un <federalismo concorrenziale> basato invece sulla competizione tra le istituzioni e quindi su elevati costi di gestione dei servizi pubblici. Gli esempi classici dei due modelli di federalismo sono la Germania per il primo ed il Canadà per il secondo. I continui richiami al federalismo canadese da parte del movimento leghista non sono certamente casuali e lasciano ben intendere il modello di riferimento. Si pensi quale dramma sarebbe trasferire agli enti locali della metà del Paese competenze importanti ed allo stesso tempo metterli nelle condizioni di non poterle svolgere. Come verrà risolto il grave problema dei fabbisogni di spesa, sempre superiori alle risorse di cui le regioni meridionali dispongono? Nell’abolizione totale dei trasferimenti alle regioni come sarà possibile promuovere lo sviluppo del mezzogiorno, quale modello di intervento sarà adottato? Le regioni settentrionali che ospitano la sede legale della maggior parte dei grandi gruppi industriali e finanziari, che hanno la proprietà di stabilimenti o di altre aziende ed istituti nel SUD, accetterebbero una nuova legislazione federale che prevedesse il pagamento delle tasse nei luoghi di produzione e limitasse le compensazioni intersocietarie? Di domande analoghe ce ne sarebbero molte di più e di più tecniche, ma bastano queste a dare la dimensione dei compiti che lo Stato dovrà affrontare. Così come l’intervento straordinario non è stato per il Mezzogiorno il toccasana che tutti si aspettavano ma, al contrario, ne ha perpetuato ed aggravato la dipendenza economica dal Nord del Paese, allo stesso modo ci dispiacerebbe se altri, tra cinquant’anni, dovessero effettuare una ricerca sui danni che un federalismo abborracciato e funzionale solo agli interessi del settentrione avrà provocato nel meridione, uccidendolo definitivamente”. Tornando al bell’articolo di Pasquale Farina ed al titolo:” Il Federalismo che non mi convince”, sono pienamente d’accordo sui suoi dubbi che mi portano a delle certezze. Io non voglio il federalismo. E se si deve fare bisogna partire da una condizione di eguaglianza. Ossia prima il Sud dovrà avere tutte quelle infrastrutture che ora sono state appannaggio del Nord e poi parleremo di federalismo. Altrimenti il settentrione avrà fatto suo il detto napoletano: Chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato. Vogliamo l’alta velocità da Roma a Lecce, da Salerno a Reggio Calabria; vogliamo il ponte sullo stretto di Messina che farebbe risparmiare ai siciliani tre (diconsi tre) ore di viaggio; vogliamo una dorsale appenninica di trasporto energia elettrica ad alto voltaggio che ora manca; vogliamo una distribuzione capillare di fornitura di gas di città. Vogliamo un sud con le stesse infrastrutture del nord e se la cosa avrà dei costi elevati a causa della orografia del Mezzogiorno pazienza; una nazione unita queste cose non le usa come discriminante. Perché un anno fa o forse più, quando mancò l’energia elettrica in buona parte d’Italia a Milano tutto fu ripristinato in tre ore e nel Sud il giorno dopo? Perché quando si parla di federalismo non si dice che non ci dovranno essere più Regioni a statuto speciale visto che sarebbe una istituzione senza alcun senso? Pasquale Farina coglie un aspetto importante della questione “cialtroni” quando evidenzia che anche gli amministratori locali sono decisi dai partiti a livello centrale; ci hanno tolto anche le preferenze! Concordo anch’io sulla cialtronaggine degli amministratori meridionali ma il governo centrale, gestito da settentrionali, si guarda bene dall’apportare correzioni. Se il settentrionale Tremonti si guardasse allo specchio la mattina vedrebbe subito un cialtrone in casa sua. Nessun parlamentare meridionale,che io sappia, contrappone alla visione nordista del federalismo la nostra visione sudista. Finora noi meridionali siamo andati al cinema, abbiamo pagato il biglietto e ci hanno fatto vedere un film. Siamo stati soltanto spettatori di una rappresentazione scritta da altri Propongo un referendum abrogativo del federalismo, quando diventerà legge. Gennaro Zona (consigliere nazionale del Partito “per il SUD”)
Nord contro Sud
Si sta ripetendo con gli stessi attori ( Nord contro Sud) e con un testo aggiornato ai tempi, la rappresentazione del vecchio film.” Intervento straordinario per il Mezzogiorno” con un nuovo titolo sicuramente più accattivante: “FEDERALISMO”. di Gennaro Zona
Riporto inizialmente quanto scrissi nel 1997 a tale proposito unicamente perché quelle considerazioni mi sembrano valide ancora oggi. “La visione <distorta e pregiudiziale> dell’intervento straordinario a favore del Mezzogiorno, smentita dai dati reali ma ben radicata nell’immaginario collettivo, ha sempre condotto di fatto alla separazione del Paese in due parti. Questa idea ha acquistato nuova forza anche dalla lunga fase di recessione che stiamo attraversando la quale, depauperando le risorse statali disponibili, ha posto il Settentrione, forse per la prima volta dal dopoguerra ad oggi, nella prospettiva di dover fare dei sacrifici. La spinta improvvisa al federalismo, o alla <separazione>, che nasce dall’esigenza di salvaguardare le proprie ricchezze piuttosto che di migliorare l’efficienza complessiva del sistema, dovrebbe indurre le popolazioni meridionali a riflettere su ciò che si nasconde dietro il termine <federalismo>, vessillo della rivoluzione dei ricchi. Il primo quesito a cui il Mezzogiorno dovrebbe chiedere risposta è: quando si parla di federalismo, a nostro avviso in modo volutamente superficiale, si intende parlare di decentramento amministrativo oppure realmente di federalismo, visto che sono soluzioni profondamente differenti? Se per federalismo si intende soltanto una forma di decentramento amministrativo, esso potrebbe trovare sicuramente un vasto consenso, in quanto lo Stato centrale potrebbe finalmente dedicarsi ai grandi problemi nazionali ed operare per una effettiva unificazione del Paese destinando alle amministrazioni locali l’espletamento di molte funzioni. In questo caso le regioni meridionali sarebbero responsabili nel bene e nel male di provvedimenti finora soltanto subiti. Se invece si intende perseguire una organizzazione federale dello Stato, diventa vitale per il Mezzogiorno valutare i rischi e soprattutto i costi della sua attuazione. L’inadeguatezza del dibattito attualmente in corso in Italia lascia molti dubbi sulla capacità di affrontare una riforma così complessa, prevedendone fino in fondo l’impatto politico ed economico. Il federalismo impone delle scelte chiare riguardo l’articolazione dei poteri dello Stato, che tengano conto dell’organizzazione politico-istituzionale vigente, dei rapporti economici territoriali e della maggiorazione dei costi statali che determina. Inutile cercare una risposta in schematizzazioni teoriche, gli studiosi hanno individuato una moltitudine di definizioni diverse di federalismo. Tuttavia i modelli di federalismo si riducono a due tipi fondamentali, contrapposti nello spirito e nelle metodologie istituzionali: un <federalismo cooperativo>, basato sulla cooperaqzione tra amministrazioni locali e centrali e la massimizzazione dei costi ed un <federalismo concorrenziale> basato invece sulla competizione tra le istituzioni e quindi su elevati costi di gestione dei servizi pubblici. Gli esempi classici dei due modelli di federalismo sono la Germania per il primo ed il Canadà per il secondo. I continui richiami al federalismo canadese da parte del movimento leghista non sono certamente casuali e lasciano ben intendere il modello di riferimento. Si pensi quale dramma sarebbe trasferire agli enti locali della metà del Paese competenze importanti ed allo stesso tempo metterli nelle condizioni di non poterle svolgere. Come verrà risolto il grave problema dei fabbisogni di spesa, sempre superiori alle risorse di cui le regioni meridionali dispongono? Nell’abolizione totale dei trasferimenti alle regioni come sarà possibile promuovere lo sviluppo del mezzogiorno, quale modello di intervento sarà adottato? Le regioni settentrionali che ospitano la sede legale della maggior parte dei grandi gruppi industriali e finanziari, che hanno la proprietà di stabilimenti o di altre aziende ed istituti nel SUD, accetterebbero una nuova legislazione federale che prevedesse il pagamento delle tasse nei luoghi di produzione e limitasse le compensazioni intersocietarie? Di domande analoghe ce ne sarebbero molte di più e di più tecniche, ma bastano queste a dare la dimensione dei compiti che lo Stato dovrà affrontare. Così come l’intervento straordinario non è stato per il Mezzogiorno il toccasana che tutti si aspettavano ma, al contrario, ne ha perpetuato ed aggravato la dipendenza economica dal Nord del Paese, allo stesso modo ci dispiacerebbe se altri, tra cinquant’anni, dovessero effettuare una ricerca sui danni che un federalismo abborracciato e funzionale solo agli interessi del settentrione avrà provocato nel meridione, uccidendolo definitivamente”.
Tornando al bell’articolo di Pasquale Farina ed al titolo:” Il Federalismo che non mi convince”, sono pienamente d’accordo sui suoi dubbi che mi portano a delle certezze. Io non voglio il federalismo. E se si deve fare bisogna partire da una condizione di eguaglianza. Ossia prima il Sud dovrà avere tutte quelle infrastrutture che ora sono state appannaggio del Nord e poi parleremo di federalismo. Altrimenti il settentrione avrà fatto suo il detto napoletano: Chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato. Vogliamo l’alta velocità da Roma a Lecce, da Salerno a Reggio Calabria; vogliamo il ponte sullo stretto di Messina che farebbe risparmiare ai siciliani tre (diconsi tre) ore di viaggio; vogliamo una dorsale appenninica di trasporto energia elettrica ad alto voltaggio che ora manca; vogliamo una distribuzione capillare di fornitura di gas di città. Vogliamo un sud con le stesse infrastrutture del nord e se la cosa avrà dei costi elevati a causa della orografia del Mezzogiorno pazienza; una nazione unita queste cose non le usa come discriminante. Perché un anno fa o forse più, quando mancò l’energia elettrica in buona parte d’Italia a Milano tutto fu ripristinato in tre ore e nel Sud il giorno dopo? Perché quando si parla di federalismo non si dice che non ci dovranno essere più Regioni a statuto speciale visto che sarebbe una istituzione senza alcun senso? Pasquale Farina coglie un aspetto importante della questione “cialtroni” quando evidenzia che anche gli amministratori locali sono decisi dai partiti a livello centrale; ci hanno tolto anche le preferenze! Concordo anch’io sulla cialtronaggine degli amministratori meridionali ma il governo centrale, gestito da settentrionali, si guarda bene dall’apportare correzioni. Se il settentrionale Tremonti si guardasse allo specchio la mattina vedrebbe subito un cialtrone in casa sua. Nessun parlamentare meridionale,che io sappia, contrappone alla visione nordista del federalismo la nostra visione sudista. Finora noi meridionali siamo andati al cinema, abbiamo pagato il biglietto e ci hanno fatto vedere un film. Siamo stati soltanto spettatori di una rappresentazione scritta da altri Propongo un referendum abrogativo del federalismo, quando diventerà legge.
Gennaro Zona (consigliere nazionale del Partito “per il SUD”)