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Archivio Articoli Politica Interna26/08/2008Un neo federalismo contro l’aborto nordista ed il vecchio statalismo Ognuno ha i suoi guai in questa nostra italietta filoeuropeista extramoenia e disordinatamente governata intra. I quattro cavalieri della Lega, che nell’ultimo raduno a Pontida straparlavano secondo un linguaggio di arcaica faziosità, sono da qualche decennio il vero problema del Nord, che con la mediazione di Roma e la colpevole connivenza dei nostri politicanti ha da sempre comandato il gioco economico in Italia, mentre loro,i leghisti, si lamentano! I nostri laureati che sono andati ad insegnare nelle città settentrionali, lasciandovi tutto lo stipendio, hanno in realtà seguito i figli dei lavoratori che dal sud sono partiti a lavorare colà nelle fabbriche. E, tranne qualche evidenziata quanto naturale differenza e diffidenza, tutto andò bene finché la situazione non si ingarbugliò con l’arrivo della gente di colore ed extracomunitaria che hanno complicato la vivibilità di quelle zone. L’egoismo dell’Italia che lavora ha fatto spopolare i nostri paesi e le nostre regioni, con i guai che sono sotto gli occhi di tutti. Ad aggravare la situazione ci fu la nascita della lega che, nella buona sostanza, da una esigenza di federalismo nazionale in nome di quel cambiamento politico istituzionale da tanti di noi invocato, è regredita, tapinescamente, nella richiesta demenziale e riduttiva di una repubblichina, improbabile giocattolo di un elettorato commisurato e collegato al vano progetto, volto alla ricerca di chissà quale promessa felicità. Mentre erano in vita, non erano granché seguiti dai colonnelli della lega, i vari Miglio e Rossi, ideologi inutili per scopiazzatori delle opportunità territoriali, intuite dal terzo ispiratore il prof. valdostano Salvatori, anch’egli passato in precedenza a miglior vita. Quindi Bossi e soci un successo l’hanno ottenuto, quello personale,per cui vivono di politica! Di idee o ideali nazionali non ne coltivano: una volta che hanno fatto naufragare il federalismo esteso a tutto lo Stivale, vorrebbero si attuasse un federalismo fiscale. Roba da ridere! Si direbbe che l’animale politico Bossi oggi si morda la coda, perché secondo lui gli altri dovrebbero stare zitti e fermi davanti a proposte come questa, che non stanno né in cielo né in terra! Quanto meno le proposte dovrebbero, per avere basi onde stare in piedi, essere corroborate da consensi allargati e non ristretti. Il povero Bossi sa tutto ciò e si vuole votare all’aiuto di improbabili alleati, che non potranno volere quant’egli propone a parole, sapendo che non ce la farà. I giornalisti non distratti ricorderanno che secondo il progetto politico con “ l’accordo” del prof. Miglio e con l’accettazione di tanti professionisti, anche meridionali, si erano create tre leghe: nord, centro e sud per il federalismo secondo la costituzione di tre macroregioni. A Roma era stato prescelto da Bossi un certo dott. Cesare Crosta, magistrato della Corte dei Conti in pensione, quale responsabile della Lega centro e referente anche della lega sud. Un compito fiduciario per 2/3 d’Italia e quindi anche sospetto, nel senso che si capiva a priori che, tanto se le cose andavano o non andavano, per la lega lombarda faceva lo stesso se non meglio come vedremo più avanti. Dopo un periodo di proficui rapporti in cui gli attacchi alla vecchia partitocrazia traballante erano comuni e concentrici, sia da posizioni diverse, si aprivano sedi nel centro e nel sud con le nomine dei coordinatori regionali. Ad un certo momento, verso la fine del 91, si ebbe netta l’impressione di un‘interruzione perentoria non solo con la lega nord di Bossi, ma anche con la sede romana di Crosta. Tant’è che, vieppiù che s’arrivava alla data delle politiche del 92, il silenzio si faceva più assordante e quindi, quale coordinatore della lega Calabria, chiesi spiegazioni a Patelli, l’allora responsabile politico della Lega Nord e nel fax di risposta costui confermava che un progetto comune per le elezioni politiche ancora non c’era! Finché con la presentazione delle liste, l’arcano non veniva svelato seppur parzialmente. Non avendo fiducia nel referente romano, mandammo come Lega Calabria tramite due emissari la nostra lista alla lega nord a Milano. Il Bossi la respinse adducendo a pretesto che in Calabria il movimento era troppo autonomista. Salvo che, fino allo scadere della presentazione delle liste, venivamo tormentati da continue telefonate di Roma, che voleva i nominativi di quanti formavano la nostra lista da disperdere, utilizzandoli come truppe anonime nelle regioni centro meridionali. Ovviamente ci opponemmo a tale richiesta, vanificando se ce ne fosse bisogno le mire tendenti a fregarci il nostro lavoro da parte del Crosta e del suo usciere, i quali si imponevano come capilista nelle nostre regioni, in maniera oramai apertamente invadente, ma altrettanto inconcludente, visti i magri risultati riportati. Pur tuttavia regioni come la Calabria, senza il nostro voto e la nostra presenza, ottenevano la più alta percentuale in voti rispetto alle regioni del Sud e del centro Italia. Costoro in pratica non riuscirono ad essere eletti in nessuna delle circoscrizioni e furono poi definitivamente mollati da Bossi. Risultava chiarito che i leghisti della bergamasca e del varesotto quando parlavano di nazione, parlavano della repubblichina padania. Così naufragavano definitivamente le idee di Miglio e Rossi volte ad un riassetto italiano per via federalista. Le ipotesi fatte furono molteplici, tra cui che l’allargamento democratico poteva mettere in pericolo la leadership dei quattro del Nord; oppure che il Bossi e gli altri fossero stati intimiditi dalla mafia e addirittura come ammette Bossi dalla newyorkese Cosa Nostra. Infatti in una intervista a “la Repubblica” del 25/9/92 così risponde: ”è una storia vecchia di più di un mese, arrivata per canali sicuri. E’ già da qualche tempo che viaggio scortato”. Si tenga conto che le elezioni politiche si erano tenute ad aprile 92; e a domanda perché la mafia dovesse prendersela con lui così risponde:”se la mafia è politica, ci può essere una logica politica”. Forse fu così che preso da paura, non si realizzò il federalismo in Italia. Ci furono in seguito le proteste dei federalisti meridionali tra cui una lettera dell’avv. barese Pasquale Montesano che scriveva a Bossi e per conoscenza a noi coordinatori regionali della gravissima prevaricazione subita da noi meridionali. Il tempo è trascorso ma il problema della lega rimane intatto. Infatti la questione settentrionale è la lega stessa, con ciò di impopolare e prevaricante essa propone. Prendendo a spunto un intervento fazioso di un deputato leghista alla Camera, verso la fine della scorsa legislatura, mi ero rivolto per evidenziare l’anomalia tanto al presidente on.Fausto Bertinotti, quanto all’allora Ministro dei rapporti col Parlamento on.Chiti, i quali mi rispondevano ognuno per proprio conto, che le mie rimostranze erano fondate. Ma le cose non sembrano cambiare, anzi si aggravano, se nell’attuale governo vi sono ministri della lega che puntano i loro discorsi sempre contro il sud, né lo potrebbero secondo me rappresentare né nel bene né nel male. I leghisti cercano alleanza a destra e a manca per loro fini e quindi anche a scapito degli altri. Nulla di ideologico perciò, ma tutto un calcolo da respingere al più presto, prima che le cose precipitino con conseguenze molto più serie assumendo i provvedimenti più opportuni da parte di chi come noi sentono meglio questo grosso problema più meridionale che veramente italiano. Ma nel nostro meridione difetta quella elite politica o politica di razza, rappresentante, come si dice oggi, il territorio nelle sue peculiarità e interessi. Tutti conosciamo i meccanismi subdoli e servili grazie ai quali si viene eletti nei partiti: col risultato di avere rappresentanti partitici utili al massimo per se stessi e per le loro cordate. Essi, in situazioni come questa rappresentata, se opposizione faranno al riduttivo progetto leghista, costituito appunto dal federalismo fiscale, la faranno, avendone prima libertà dai loro capi, al solo scopo di difendere i mangia risorse, loro portatori di voti, i quali dal 1970 si gestiscono i servizi a loro piacimento. Se dunque bisognerà dire basta ai leghisti, una buona volta bisogna dirlo anche ai nostri falsi rappresentanti politico istituzionali. Sempre che da noi e per noi nasca una nuova classe politica, che inverta il risultato di questa vergognosa sproporzione tutta italiana tra regioni ricche e povere, tra Nord e Sud, tra globalizzati e globalizzanti. Un partito del Sud, che dica chiaramente nella Camera delle regioni o Senato federale cosa e come debbono produrre le regioni stesse, per il riequilibrio economico e quindi per il mantenimento dei grandi servizi sociali di cui si sta discutendo. E sarà chiaro così che la contesa, o confronto che sia, con i leghisti del nord troverà finalmente nel partito autenticamente meridionale il nuovo e vero interlocutore e protagonista per il riassetto di tutta la nazione. Esso perseguirà obbiettivi, si direbbe, di omogeneità di produzione e ricchezze in tutte le regioni d’Italia. Infatti, quanti fino ad oggi hanno camminato a rimorchio di globalizzanti locomotive dalla nascita della Repubblica, non possono inventarsi che falsi rimedi, in soccorso delle economicamente arretrate nostre regioni. Ad esempio il catanese Lombardo col suo MPA addomesticato al Potere, dalla sfumata fiscalità di vantaggio, oggi passa ad un’altra improbabile fiscalità di sviluppo, magari per la sola Sicilia. Sviluppo che senza la redistribuzione delle produttività e delle leve economiche non arriverà se non per se stesso e per i suoi amici. Così pure l’altro democristiano vagante, il pugliese Fitto, che propone, bontà sua, una grande riforma culturale nel sud, prima che legislativa e costituzionale, si dovrebbe in primis rivolgere alle migliaia di cordate, che nel nome della democrazia rappresentativa e gestionale divorano le risorse ai vari livelli. Costituendo queste sì la vera mafia che si pasce di pubblico denaro, a scapito delle popolazioni che dicono di volere rappresentare. Quindi questa immane panzana della necessità di autocatarsi, da parte dei protagonisti responsabili, caro Fitto, lascia il tempo che trova in questa estate piovosa al nord e siccitosa al sud! Si soffermi per un attimo a considerare il tribalismo imperante nelle amministrazioni locali da parte degli uomini dei partiti. E si studi piuttosto la genesi antistatalista al nord, che trae la sua motivazione da una non certo nuova ambizione di federalismo per centralizzare e dare importanza alle loro periferie. Convinti come siamo che questo nostro partito di cui andiamo parlando inverta radicalmente rotta, per dare voce anche alla periferia sud, quale effettiva, esaltante dimensione di questo Stato. Dott. Roberto Pizzi (per il SUD) Coordinatore per la Calabria
Un neo federalismo contro l’aborto nordista ed il vecchio statalismo
Ognuno ha i suoi guai in questa nostra italietta filoeuropeista extramoenia e disordinatamente governata intra. I quattro cavalieri della Lega, che nell’ultimo raduno a Pontida straparlavano secondo un linguaggio di arcaica faziosità, sono da qualche decennio il vero problema del Nord, che con la mediazione di Roma e la colpevole connivenza dei nostri politicanti ha da sempre comandato il gioco economico in Italia, mentre loro,i leghisti, si lamentano! I nostri laureati che sono andati ad insegnare nelle città settentrionali, lasciandovi tutto lo stipendio, hanno in realtà seguito i figli dei lavoratori che dal sud sono partiti a lavorare colà nelle fabbriche. E, tranne qualche evidenziata quanto naturale differenza e diffidenza, tutto andò bene finché la situazione non si ingarbugliò con l’arrivo della gente di colore ed extracomunitaria che hanno complicato la vivibilità di quelle zone. L’egoismo dell’Italia che lavora ha fatto spopolare i nostri paesi e le nostre regioni, con i guai che sono sotto gli occhi di tutti. Ad aggravare la situazione ci fu la nascita della lega che, nella buona sostanza, da una esigenza di federalismo nazionale in nome di quel cambiamento politico istituzionale da tanti di noi invocato, è regredita, tapinescamente, nella richiesta demenziale e riduttiva di una repubblichina, improbabile giocattolo di un elettorato commisurato e collegato al vano progetto, volto alla ricerca di chissà quale promessa felicità. Mentre erano in vita, non erano granché seguiti dai colonnelli della lega, i vari Miglio e Rossi, ideologi inutili per scopiazzatori delle opportunità territoriali, intuite dal terzo ispiratore il prof. valdostano Salvatori, anch’egli passato in precedenza a miglior vita. Quindi Bossi e soci un successo l’hanno ottenuto, quello personale,per cui vivono di politica! Di idee o ideali nazionali non ne coltivano: una volta che hanno fatto naufragare il federalismo esteso a tutto lo Stivale, vorrebbero si attuasse un federalismo fiscale. Roba da ridere! Si direbbe che l’animale politico Bossi oggi si morda la coda, perché secondo lui gli altri dovrebbero stare zitti e fermi davanti a proposte come questa, che non stanno né in cielo né in terra! Quanto meno le proposte dovrebbero, per avere basi onde stare in piedi, essere corroborate da consensi allargati e non ristretti. Il povero Bossi sa tutto ciò e si vuole votare all’aiuto di improbabili alleati, che non potranno volere quant’egli propone a parole, sapendo che non ce la farà. I giornalisti non distratti ricorderanno che secondo il progetto politico con “ l’accordo” del prof. Miglio e con l’accettazione di tanti professionisti, anche meridionali, si erano create tre leghe: nord, centro e sud per il federalismo secondo la costituzione di tre macroregioni. A Roma era stato prescelto da Bossi un certo dott. Cesare Crosta, magistrato della Corte dei Conti in pensione, quale responsabile della Lega centro e referente anche della lega sud. Un compito fiduciario per 2/3 d’Italia e quindi anche sospetto, nel senso che si capiva a priori che, tanto se le cose andavano o non andavano, per la lega lombarda faceva lo stesso se non meglio come vedremo più avanti. Dopo un periodo di proficui rapporti in cui gli attacchi alla vecchia partitocrazia traballante erano comuni e concentrici, sia da posizioni diverse, si aprivano sedi nel centro e nel sud con le nomine dei coordinatori regionali. Ad un certo momento, verso la fine del 91, si ebbe netta l’impressione di un‘interruzione perentoria non solo con la lega nord di Bossi, ma anche con la sede romana di Crosta. Tant’è che, vieppiù che s’arrivava alla data delle politiche del 92, il silenzio si faceva più assordante e quindi, quale coordinatore della lega Calabria, chiesi spiegazioni a Patelli, l’allora responsabile politico della Lega Nord e nel fax di risposta costui confermava che un progetto comune per le elezioni politiche ancora non c’era! Finché con la presentazione delle liste, l’arcano non veniva svelato seppur parzialmente. Non avendo fiducia nel referente romano, mandammo come Lega Calabria tramite due emissari la nostra lista alla lega nord a Milano. Il Bossi la respinse adducendo a pretesto che in Calabria il movimento era troppo autonomista. Salvo che, fino allo scadere della presentazione delle liste, venivamo tormentati da continue telefonate di Roma, che voleva i nominativi di quanti formavano la nostra lista da disperdere, utilizzandoli come truppe anonime nelle regioni centro meridionali. Ovviamente ci opponemmo a tale richiesta, vanificando se ce ne fosse bisogno le mire tendenti a fregarci il nostro lavoro da parte del Crosta e del suo usciere, i quali si imponevano come capilista nelle nostre regioni, in maniera oramai apertamente invadente, ma altrettanto inconcludente, visti i magri risultati riportati. Pur tuttavia regioni come la Calabria, senza il nostro voto e la nostra presenza, ottenevano la più alta percentuale in voti rispetto alle regioni del Sud e del centro Italia. Costoro in pratica non riuscirono ad essere eletti in nessuna delle circoscrizioni e furono poi definitivamente mollati da Bossi. Risultava chiarito che i leghisti della bergamasca e del varesotto quando parlavano di nazione, parlavano della repubblichina padania. Così naufragavano definitivamente le idee di Miglio e Rossi volte ad un riassetto italiano per via federalista. Le ipotesi fatte furono molteplici, tra cui che l’allargamento democratico poteva mettere in pericolo la leadership dei quattro del Nord; oppure che il Bossi e gli altri fossero stati intimiditi dalla mafia e addirittura come ammette Bossi dalla newyorkese Cosa Nostra. Infatti in una intervista a “la Repubblica” del 25/9/92 così risponde: ”è una storia vecchia di più di un mese, arrivata per canali sicuri. E’ già da qualche tempo che viaggio scortato”. Si tenga conto che le elezioni politiche si erano tenute ad aprile 92; e a domanda perché la mafia dovesse prendersela con lui così risponde:”se la mafia è politica, ci può essere una logica politica”. Forse fu così che preso da paura, non si realizzò il federalismo in Italia. Ci furono in seguito le proteste dei federalisti meridionali tra cui una lettera dell’avv. barese Pasquale Montesano che scriveva a Bossi e per conoscenza a noi coordinatori regionali della gravissima prevaricazione subita da noi meridionali. Il tempo è trascorso ma il problema della lega rimane intatto. Infatti la questione settentrionale è la lega stessa, con ciò di impopolare e prevaricante essa propone. Prendendo a spunto un intervento fazioso di un deputato leghista alla Camera, verso la fine della scorsa legislatura, mi ero rivolto per evidenziare l’anomalia tanto al presidente on.Fausto Bertinotti, quanto all’allora Ministro dei rapporti col Parlamento on.Chiti, i quali mi rispondevano ognuno per proprio conto, che le mie rimostranze erano fondate. Ma le cose non sembrano cambiare, anzi si aggravano, se nell’attuale governo vi sono ministri della lega che puntano i loro discorsi sempre contro il sud, né lo potrebbero secondo me rappresentare né nel bene né nel male. I leghisti cercano alleanza a destra e a manca per loro fini e quindi anche a scapito degli altri. Nulla di ideologico perciò, ma tutto un calcolo da respingere al più presto, prima che le cose precipitino con conseguenze molto più serie assumendo i provvedimenti più opportuni da parte di chi come noi sentono meglio questo grosso problema più meridionale che veramente italiano. Ma nel nostro meridione difetta quella elite politica o politica di razza, rappresentante, come si dice oggi, il territorio nelle sue peculiarità e interessi. Tutti conosciamo i meccanismi subdoli e servili grazie ai quali si viene eletti nei partiti: col risultato di avere rappresentanti partitici utili al massimo per se stessi e per le loro cordate. Essi, in situazioni come questa rappresentata, se opposizione faranno al riduttivo progetto leghista, costituito appunto dal federalismo fiscale, la faranno, avendone prima libertà dai loro capi, al solo scopo di difendere i mangia risorse, loro portatori di voti, i quali dal 1970 si gestiscono i servizi a loro piacimento. Se dunque bisognerà dire basta ai leghisti, una buona volta bisogna dirlo anche ai nostri falsi rappresentanti politico istituzionali. Sempre che da noi e per noi nasca una nuova classe politica, che inverta il risultato di questa vergognosa sproporzione tutta italiana tra regioni ricche e povere, tra Nord e Sud, tra globalizzati e globalizzanti. Un partito del Sud, che dica chiaramente nella Camera delle regioni o Senato federale cosa e come debbono produrre le regioni stesse, per il riequilibrio economico e quindi per il mantenimento dei grandi servizi sociali di cui si sta discutendo. E sarà chiaro così che la contesa, o confronto che sia, con i leghisti del nord troverà finalmente nel partito autenticamente meridionale il nuovo e vero interlocutore e protagonista per il riassetto di tutta la nazione. Esso perseguirà obbiettivi, si direbbe, di omogeneità di produzione e ricchezze in tutte le regioni d’Italia. Infatti, quanti fino ad oggi hanno camminato a rimorchio di globalizzanti locomotive dalla nascita della Repubblica, non possono inventarsi che falsi rimedi, in soccorso delle economicamente arretrate nostre regioni. Ad esempio il catanese Lombardo col suo MPA addomesticato al Potere, dalla sfumata fiscalità di vantaggio, oggi passa ad un’altra improbabile fiscalità di sviluppo, magari per la sola Sicilia. Sviluppo che senza la redistribuzione delle produttività e delle leve economiche non arriverà se non per se stesso e per i suoi amici. Così pure l’altro democristiano vagante, il pugliese Fitto, che propone, bontà sua, una grande riforma culturale nel sud, prima che legislativa e costituzionale, si dovrebbe in primis rivolgere alle migliaia di cordate, che nel nome della democrazia rappresentativa e gestionale divorano le risorse ai vari livelli. Costituendo queste sì la vera mafia che si pasce di pubblico denaro, a scapito delle popolazioni che dicono di volere rappresentare. Quindi questa immane panzana della necessità di autocatarsi, da parte dei protagonisti responsabili, caro Fitto, lascia il tempo che trova in questa estate piovosa al nord e siccitosa al sud! Si soffermi per un attimo a considerare il tribalismo imperante nelle amministrazioni locali da parte degli uomini dei partiti. E si studi piuttosto la genesi antistatalista al nord, che trae la sua motivazione da una non certo nuova ambizione di federalismo per centralizzare e dare importanza alle loro periferie. Convinti come siamo che questo nostro partito di cui andiamo parlando inverta radicalmente rotta, per dare voce anche alla periferia sud, quale effettiva, esaltante dimensione di questo Stato. Dott. Roberto Pizzi
(per il SUD)
Coordinatore per la Calabria